Storie parallele d’Italia e Russia, ma i ponti cadono qua

L’oligarchia parassita
ha visto aumentare
il valore azionario
di società private un tempo pubbliche,
senza rischiare nulla
se non la pelle dei cittadini


RUSSIA SENZA MURI

Le privatizzazioni-scippo
nel sobrio decennio Eltsin

I Chicago boys e la terapia elettroshock a beneficio di una quarantina di fortunati

Lo scippo di pubbliche industrie nel decennio 1990, il grande golpe della libertà, nella rappresentazione di un ignoto artista digitale.

La fine dell’Unione Sovietica diede vita a un tempo che i russi chiamano prikhvatizatsija, ovvero una crasi tra “privatizzazione” e “scippare”.
Lo speculatore globale George Soros, poi asceso a ruolo di benefattore globale, tentò di inserirsi nella prikhvatizatsija, ma ne fu così scosso che dovette, lui, ritirarsi. Definì il tempo in cui il socialismo reale passava il testimone al capitalismo reale “il tempo dei borseggiatori”.
Detto da lui, che appena due anni dopo mandò gambe all’aria una nazione speculando su una moneta, l’Italia e la Lira, è un’affermazione curiosa e impegnativa.
Quando l’Unione Sovietica crollò nel giubilo del mondo libero, generava un Pil pari a 225 miliardi di dollari.
In dodici mesi questi miliardi, di proprietà interamente pubblica, passarono nelle mani di quaranta uomini. Per la maggior parte si trattava di imprese legate allo sfruttamento di monopoli naturali.
Al termine del sobrio decennio di Boris Eltsin la Russia poteva vantare un’economia privata succeduta alla proprietà statale. Mancavano solide definizioni tra ciò che era legittimo, morale, lecito e quanto era frutto di puro banditismo. Prima o poi, dopo le immense serie tv sui narcos di Netflix e non solo, verrà prodotto qualcosa sugli oligarchi. Il problema è che, purtroppo, molti di loro sono ancora vivi.
Ridimensionati, alcuni, ma sempre operanti.

terapia economica elettroshock

Un vice primo ministro di quegli anni, Boris Nemtsov, è rimasto famoso per la cosiddetta “terapia economica elettroshock”. A lui, e al mondo, parve una definizione simpatica: in realtà era semplicemente un’onesta ammissione di verità. La Russia, su mandato dei Chicago Boys spediti nelle steppe da George Bush padre insieme alle nuove filiali di McDonald’s, si apriva finalmente al mercato laddove, diceva sempre il ministro Nemtsov, “i monopoli verranno smontati pezzo per pezzo e sostituiti dalla libera concorrenza”.
Ricordiamo questa frase.
Nel 1998, ormai fuori dai giochi, offeso perché il mondo non vedeva in lui il degno successore del duo Gorbatchev-Eltsin, il ministro dell’elettroshock disse: “Questo paese è stato costruito – da chi? ndr – come un mostruoso, oligarchico, Stato capitalista. Le sue caratteristiche sono la concentrazione di proprietà nelle mani di un ristretto numero di finanzieri, gli oligarchi. Molti di essi operano in maniera inefficiente, mantenendo un rapporto di parassitismo con i settori che controllano. Non pagano le tasse e nemmeno i dipendenti.”

È lo Stato ad averli fatti miliardari

1999 – Giunto al potere grazie agli oligarchi che cercavano un fantoccio, un vero maestro di mimetismo, il presidente Putin in una delle prime dichiarazioni pubbliche sostenne: “Gli oligarchi verranno spazzati via come classe. Questa categoria di persone sono diventate miliardarie dall’oggi al domani. È lo Stato ad averli fatti miliardari: semplicemente ha distribuito una enorme quantità di proprietà gratuitamente. Essi credevano che su di loro gli dei chiudessero tutt’e due gli occhi e che qualsiasi cosa fosse loro permessa”.
Gli oligarchi russi non sono stati cancellati come classe, alcuni sono stati ammazzati o sono finiti in carcere: l’accordo tra il presidente e loro, così pare, resta fondato sul libero arricchimento di tutti coloro che non interferiscono nel suo dominio politico.
Il punto di caduta del conflitto tra Putin e gli oligarchi è dato dall’autoritarismo statale e dalla conferma delle posizioni parassitarie, magari un poco edulcorate.
Molti oligarchi si sono dedicati al calcio e in generale alla libera ostentazione di un cultura fondata sulla cafonaggine.
Ma, a questo punto, finiamo con la Russia e torniamo in Italia.
Gli anni sono gli stessi: sono gli anni della libertà.

 



ITALIA SENZA LACCI+LACCIUOLI

In cura nel manicomio economico. Primario: il prof. Romano Prodi

L'euforia popolare eccitata dai media di Agnelli, De Benedetti, Berlusconi, più Rai

Pargoli plaudenti, in rispettosa adorazione dei Benetton siblings, indossano gli united colors della rivoluzione di fine secolo.

Prima, era un tempo di barbarie.
Anni di penuria, di stenti, di tristezza, bui: quattro decenni, quasi cinque. Il tempo delle banche pubbliche, delle autostrade pubbliche, della telefonia pubblica, perfino del settore alimentare pubblico.
Poi arrivò il vento dell’est, il muro era crollato, ecco finalmente la libertà d’impresa, la libertà di arricchirsi. Mentre in Russia, ex-Urss, si procedeva al galoppo sopradescritto, un progresso molto simile aveva luogo in Italia: ma nessuno lo chiamava “scippo”, lasciando intatto e senza ironia l’aristocratico appellativo “privatizzazioni”.
L’Italia, come si diceva, era un paese molto povero, come l’Urss. Avevamo l’Iri, e fu smembrata. L’apice del processo di liberazione delle energie avvenne tra il 1991 e il 2000: inutile ricordare la storia che conoscono tutti.
Esattamente come in Russia, tutto quanto era pubblico passò nelle mani dei privati. Che però non erano “oligarchi”, erano stimati imprenditori nazionali, che per pochi soldi mettevano le mani sul patrimonio pubblico accumulato in settanta anni.
I dipendenti dell’economia pubblica passano in pochi anni da 500.000 a 101.000 nel 1991, a zero.
Si vende tutto: Il ’92 è l’anno della teorizzazione del libero mercato sotto la doppia spinta della speculazione monetaria sulla Lira e l’euforia della “fine della storia”; ma è nel 1993-94 che “i monopoli vengono smontati”: Banche di interesse nazionale (BIN) come il Credito Italiano (Credit), la Banca Commerciale Italiana (Comit), oltre all’IMI, per non parlare della Banca Nazionale del Lavoro. Settore alimentare: Star – azienda avente scopo sociale e molto diffusa al sud – Locatelli, Bertolli, Invernizzi, Buitoni, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Motta-Alemagna, Moretti, Fini, Perugina, MiraLanza e tante altre. Tra il ’93 e il ’94 viene venduta la SME, le vetrerie Siv dell’Efim, il Nuovo Pignone dell’Eni. Industria: Acciai Speciali Terni, Alfa Romeo, qualche anno prima.
Nel 1995 è il turno di Ilva Laminati Piani e Italimpianti; nel 1996 Dalmine.

smontato pezzo per pezzo i monopoli dello Stato

Nel 1999 è la volta di Enel ma soprattutto di Autostrade, che finisce a una holding del gruppo Benetton. Protagonista assoluto della vendita dello Stato è Romano Prodi, che in un’intervista di quei gloriosi tempi sostiene che avrebbe “smontato pezzo per pezzo i monopoli dello Stato”. È il suo elettroshock all’Italia che si deforma, nonostante Basaglia, in un gigantesco manicomio economico.
Negli stessi anni, più a est, un altro ministro in Russia sosteneva la stessa posizione, addirittura con le stesse parole.
La copertura mediatica assicurata dal triumvirato Agnelli, De Benedetti, Berlusconi, più la sempre solerte Rai che si salva perché potenzialmente minacciosa, spiana la strada all’entusiasmo popolare.

 



LA RISULTA DEL PONTE

La fine del Monopolio ha liberato rendite ancora nascoste

La lotta di classe dei ricchi, senza rischi, contro la società

I grandi della cosiddetta Seconda Repubblica e delle sue generose concessioni, in un montage del Fatto Quotidiano.

Anno 2018, un ponte crolla a Genova: il ponte Morandi.
Si scoprono aspetti interessanti della “concessione” fatta ai Benetton. Loro sono i nostri oligarchi, all’italiana. Loro e molti altri, gli innominabili manzoniani, i cui nomi sono celati da un sistema informativo malato.
Il principio che in quegli anni mosse l’economia, la politica e perfino la morale, porta alla situazione in essere. E qui, come in Russia, forze reazionarie di destra si pongono come unico argine allo strapotere di questi personaggi. Ma fatichiamo, ancora e nonostante la tragedia di Genova, a comprendere la completa simmetria culturale tra quanto avvenuto in Russia e in Italia – e altrove.
Simmetria in cui, come in una palla di cristallo, possiamo vedere nitidamente il nostro futuro, e probabilmente quello dell’Europa. Fatichiamo perfino a vedere il presente, a vedere che al monopolio di Stato, proditoriamente smontato, è subentrato l’oligopolio parassitario.
Un processo inarrestabile il cui unico prodotto, in Russia come in Italia, è l’aumento del valore azionario delle società private un tempo pubbliche. Perché qui subentra la seconda parte della storia, quella ancora in ombra.
La fondazione di un sistema bancario privato che ha divorato le BIN sopracitate, infarcito di titoli di Stato pubblici dal rendimento garantito, ha permesso la liberazione di capitali pressoché infiniti da “investire” nei titoli, holding senza struttura produttiva fondate su rendite di posizione certe per gli oligarchi: che si sono arricchiti a dismisura.

la lotta di classe dei ricchi contro i poveri

E’ stata quindi un’espropriazione della ricchezza al contrario: dal basso verso l’alto, la lotta di classe – come scrisse Luciano Gallino – dei ricchi contro i poveri. Stravinta, in Russia e in Italia e ovunque nel mondo, dai ricchi. Gli arcaici monopoli pubblici sono stati sostituiti dai moderni monopoli privati finanziati dallo Stato.
Apoteosi.
Una forma curiosa di liberalizzazione economica che dava la possibilità a pochi uomini di godere degli investimenti pubblici, a debito, di generazioni di italiani. Senza rischiare nulla.
Perché, in Italia come in Russia, il peso del debito pubblico è rimasto pubblico mentre sono stati privatizzati esclusivamente i profitti.

Maurizio Pagliassotti

 


Immagine di testa: Octopus Oligarchicus, illustrazione originale di P. Marchetti per Trancemedia.eu - 2018