Un divorzio consensuale

Provo a cercare nel passato, e nei numeri, le ragioni del debito italiano. Trovo i valori del debito dal 1975 a oggi in una tabella di Lettera 43 e scopro che sino al 1981 il rapporto tra debito pubblico e ricchezza prodotta dall’Italia (il famoso PIL) è stato costantemente al di sotto del 60%, una soglia che, secondo gli inventori del fiscal compact, manifesterebbe lo stato di benessere dell’economia di un Paese.

La prima scalata del debito italiano avviene tra il 1981 e il 1994, quando il rapporto debito/PIL si impenna dal 58,46% (1981) al 121,84% (1994), portando la cifra del debito da 141 a 1.069 miliardi di euro.

Anche se molti addebitano questo balzo all’aumento della spesa pubblica, i dati ci mostrano al contrario che, ad esempio nel decennio 1984-1994, la spesa pubblica italiana era aumentata di appena lo 0,8% del PIL ed era costantemente inferiore alla media europea.

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Cosa è dunque accaduto dal 1981 in avanti? È saltata l’unione fra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro. Dal 1976 la Banca d’Italia era l’acquirente residuale di tutti i titoli che lo Stato emetteva attraverso il Tesoro, per poter finanziare i propri investimenti. I titoli rimasti invenduti venivano acquistati dalla Banca d’Italia a tasso di interesse prefissato, generalmente basso, mettendo così lo Stato al riparo da speculazioni finanziarie.

Nel febbraio del 1981, il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, propose al governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia. La risposta del governatore fu positiva e – con un semplice scambio di lettere e senza alcuna discussione parlamentare – si decise di abolire il meccanismo automatico di acquisto dei BOT da parte della Banca d’Italia: una decisione che venne battezzata “divorzio”dalla stampa dell’epoca.

senza alcuna discussione parlamentare

Un divorzio consensuale dalle conseguenze dirompenti. Senza la garanzia della sua banca sui titoli invenduti, lo Stato si vide forzato a concedere tassi molto più elevati, per rendere i suoi titoli appetibili sui mercati finanziari. Da quel momento in poi, gli interessi sui titoli di Stato sono cresciuti sino ad essere il triplo della media europea (il 12% contro il 4%) e da allora sono sempre stati al di sopra dei Paesi UE.

Le opinioni pro o contro questa tesi sono molteplici, con sfumature e tecnicismi diversi. È anche vero che se il prodotto interno non cresce, il debito non può diminuire. Ma se gli interessi sul debito continuano ad erodere inesorabilmente le entrate dello Stato di quasi 80 miliardi ogni anno (che per noi cittadini sono uscite secche), come faremo ad investire e a crescere?

Causa di divorzio o no, resta un dato di fatto: il nostro debito è passato dai 141 miliardi del 1981 ai 2.327 miliardi di maggio 2018. E non si arresta. Da quando i cosiddetti “buoni del Tesoro” sono stati sganciati dalla responsabilità dello Stato e sono stati consegnati alla responsabilità dei liberi mercati, il pensiero di Milton Friedman ha fatto il suo ingresso anche in Italia.

Una nota curiosa: Mario Monti iniziò il suo austero governo tecnico a novembre 2011 con un rapporto debito/PIL al 116,52% (con un debito di 1.907 miliardi) e annunciò un pacchetto di misure di austerity da 30 miliardi di euro, con aumento delle tasse e dell’IVA, tagli sostanziosi alla spesa sociale, innalzamento dell’età pensionabile. La sua ministra Elsa Fornero pianse perfino. Monti definì le misure dolorose, ma necessarie e le attuò. Quando nell’aprile 2013 Mario Monti passò il testimone ad Enrico Letta, il rapporto debito/PIL era salito al 129,03% (e il debito a 2.070 miliardi).

“Ce lo chiede l’Europa”. La nomina a capo del governo dell’economista Mario Monti (per 10 anni commissario della CE) era stata preceduta da due lettere inviate, una al premier Silvio Berlusconi, l’altra al ministro dell’economia Giulio Tremonti.
La prima, datata 5 agosto 2011, portava le firme del governatore uscente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, e del governatore neo-eletto, Mario Draghi. La lettera raccomandava un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori. Le misure ‘suggerite’ parlavano di “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali” attraverso “privatizzazioni su larga scala”, chiedevano di “adattare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende”, “una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti”, ulteriore intervento nel sistema pensionistico, “riduzione significativa dei costi del pubblico impiego”.
Nella seconda lettera del 4 novembre 2011, a firma del commissario all’economia della CE, Olli Rehn, le richieste, corredate da un questionario, si facevano ancora più perentorie. Si sollecitava l’innalzamento dell’età pensionabile, si richiedevano dettagliati piani per la vendita di beni dello Stato, il ripristino dell’imposta sulla casa, l’innalzamento dell’IVA, e (incredibile ma vero) si chiedeva all’Italia quali riforme erano considerate nel settore dell’acqua, malgrado l’esito del recente referendum 2011.

Per dirla con Luciano Gallino (in Il denaro, il debito e la doppia crisi – spiegati ai nostri nipoti – Einaudi, 2015), anche se “è un grave errore prescrivere al cavallo maggiori dosi della stessa medicina quando è evidente che a ogni dose il cavallo peggiora”, i diktat ricevuti dalla Troika sono stati praticati con “fedele ottusità dai governi italiani”.
“Si consideri, al confronto, quel che hanno combinato Francia e Germania nei primi anni Duemila. Ambedue i paesi stavano superando nettamente il limite del 3% quanto a deficit del bilancio statale. La Commissione europea minacciava di aprire la procedura di infrazione prevista dal Patto di stabilità e crescita, sottoscritto poco prima dai paesi dell’Eurozona, vedi caso sotto forti pressioni tedesche. Tuttavia, ambedue i paesi non ci pensavano nemmeno a sottoporsi alla procedura che la CE intendeva avviare”. Francia e Germania fecero in modo di portare il loro caso, anziché in Commissione europea, nel Consiglio europeo di Economia e Finanze dove il loro peso politico ed economico era maggiore. E in questa sede fu gioco facile far cancellare la procedura, violando apertamente il Trattato di Maastricht.

 

Creazione di Adamo, Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina