Collegare l’affare del debito con l’impoverimento di massa:
per uscire dalla confusione, diamoci alla lettura di Marco Bersani,
“Dacci oggi il nostro debito quotidiano”


I PADRONI DEL DEBITO

I numeri mentono?

L'Italia è in attivo! Peccato che gli interessi si siano fumati lo Stato sociale.

Quanto il diagramma di Calenda omette sono i costi sociali dell'avanzo primario: tagli su diversificazione energetica, casa, scuola, tutela del territorio e dell'ambiente.

Uno spettro si aggira per il mondo: si chiama Debito.

Quasi ogni giorno i politici (e i media) non mancano di ricordarci: crisi-fiscalcompact-pattodistabilità-debitodebitodebito. Abbiamo (avete) vissuto al di sopra delle vostre possibilità, fannulloni, spreconi. Troppo stato sociale. Austerità! Piano di rientro! Non c’è alternativa (interiorizzate la colpa).

Frastornata da tanto rumore, ho deciso di ficcarci il naso. E per cominciare a capirci qualcosa sono partita dai numeri.

A maggio 2018 il debito pubblico italiano ha raggiunto una cifra quasi impronunciabile: siamo in debito della bellezza di 2.327 miliardi di euro. Ma con chi?

Chi detiene il debito italiano?

Chi detiene questo debito? Secondo fonti della Banca d’Italia, la maggior parte è posseduta dalle élite finanziarie: investitori esteri (35%), banche (26%), assicurazioni e fondi (18%); la Banca d’Italia ne detiene il 16%. I piccoli risparmiatori e le imprese italiane ne possiedono invece solo il 5%.

Dunque abbiamo fatto troppi debiti? No, se andiamo a guardare quello che chiamano “saldo primario” (la differenza tra entrate e uscite dello Stato, senza considerare gli interessi sul debito): da 24 anni l’Italia chiude i suoi conti a fine anno in attivo, anzi, in avanzo primario (tranne un piccolo sforo nel 2009, anno del terremoto dell’Aquila). E questo è un nostro bel record in Europa.

Allora abbiamo speso troppo per sanità, istruzione, ricerca…? Nemmeno questo è del tutto vero. Un dato del recente passato ci dice che: “al netto degli interessi sul debito, la spesa pubblica italiana è passata dal 42,1% del Pil nel 1984 al 42,9% nel 1994, mentre nello stesso periodo la media europea vedeva un aumento dal 45,5 al 46,6% e quella dell’eurozona dal 46,7 al 47,7%“. Dunque noi già 30 anni fa spendevamo meno degli altri Stati.

Analisi più recenti
sull’andamento della spesa pubblica dal 2008 al 2018 parlano di cali di spesa tra cui un doloroso -3,6% nella ricerca e innovazione, un meno 0,4% nell’istruzione universitaria. Ma le decurtazioni più feroci sono state sul futuro: -32,2% per energia e diversificazione delle fonti energetiche, -30,6% per i giovani e lo sport, -37% per la casa, -41,6% per l’agricoltura, -10,8% per lo sviluppo sostenibile e la tutela del territorio e dell’ambiente.

 

Fonte: Ameco, ESA, 2010; pubblicato da MEF, 2016

Dunque noi spendiamo quello che è appena strettamente necessario per garantire i diritti fondamentali di noi cittadini e molto meno per la tutela dei nostri territori e il futuro delle nuove generazioni: questo non è vivere al di sopra delle nostre possibilità.

 

 



IL BUSINESS DEL DEBITO

E quanto ci è costato (e continua a costarci) questo debito?

Il pagamento di interessi costa più dell'istruzione pubblica.

Scenarieconomici.it ha ripercorso i costi degli interessi: tra il 1980 e il 2012, l’Italia ha pagato 3.100 miliardi solo di interessi sul debito. Se aggiungiamo gli ultimi 5 anni, arriviamo a oltre 3.400 miliardi. Il pagamento degli interessi è la terza voce di spesa del nostro bilancio, vale tra gli 80 e i 90 miliardi di euro l’anno e viene prima della spesa per l’istruzione.

Ma la mole debitoria aumenta perversamente, anno dopo anno, nonostante gli sforzi dei cittadini contribuenti, le manovre finanziarie a base di tagli alle spese sociali e aumenti di tasse.
Secondo diversi economisti, questo debito è matematicamente inestinguibile.

Nelle mie ricerche mi sono imbattuta in Marco Bersani (che non è parente del Pierluigi), socio fondatore di Attac Italia, tra i promotori del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, del Forum italiano per una nuova finanza pubblica e sociale e della Campagna “Stop TTIP Italia”, nonché autore di numerose pubblicazioni.

Marco Bersani da tempo osserva questa psicosi debitoria e, dopo aver indagato l’oceano del debito planetario, pari a circa 200.000 miliardi di dollari, è arrivato ad affermare con candore: “Il debito non sarà mai saldato per oggettiva impossibilità e perché non è mai stato questo l’obiettivo dei creditori. L’usuraio, nella propria esistenza, teme solo due eventi: la morte del debitore e il saldo del debito perché, in entrambi i casi, perderebbe un’entrata certa e periodizzata – il pagamento degli interessi – e il potere di disporre dei beni, delle energie, del tempo e della stessa vita del debitore“.

 



CONFERME

Il debito è schiavitù

Il debito pubblico è l'unica cosa che si socializza, diceva Marx. Il capitalismo finanziario lo conferma.

Nel limpido saggio “Dacci oggi il nostro debito quotidiano. Strategie dell’impoverimento di massa” (DeriveApprodi, 2017) Marco Bersani ci aiuta a comprendere l’impatto sulle nostre vite della finanziarizzazione dell’economia e della dottrina neoliberista (sua ancella) che si sono via via affermate con i governi di Margaret Thatcher (1979) in Gran Bretagna e di Ronald Reagan (1981) negli USA. Bersani esemplifica così la favola liberista: “Facciamo dell’intero pianeta un unico grande mercato, liberalizziamo i mercati finanziari e diamo piena libertà di movimento ai capitali, togliamo loro ‘lacci e lacciuoli’, legati a concezioni obsolete e sconfitte dalla storia, eliminiamo tutti i vincoli sociali e ambientali, e sarà il libero dispiegarsi del mercato ad autoregolare la società, producendo un’enorme ricchezza che, se anche non ridurrà le diseguaglianze sociali, porterà a cascata benessere per tutti“.

Oggi, nel pieno della crisi economico-finanziaria globale, sommersi da un debito che non potremo mai pagare, occorre indagare più a fondo sul perché la relazione creditore-debitore continui ad essere vissuta come un rapporto fra pari, basato sulla lealtà e non invece per quello che è: un rapporto diseguale di potere, basato sul ricatto del più forte e sulla rassegnazione del più debole“.

Occorre demistificare la narrazione ufficiale.

Tiziana Ripani

(1 – alla prossima puntata)


Marco Bersani

Laureato in Filosofia, socio fondatore di Attac Italia e fra i promotori del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, del Forum italiano per una nuova finanza pubblica e sociale e della campagna “Stop TTIP Italia”.

Tra le sue pubblicazioni: Nucleare: se lo conosci lo eviti, edizioni Alegre 2009; Come abbiamo vinto il Referendum, edizioni Alegre 2011; CatasTroika – le privatizzazioni che hanno ucciso la società, edizioni Alegre 2013; Dacci oggi il nostro debito quotidiano – Strategie dell’impoverimento di massa, DeriveApprodi 2017.
È coautore di Come si esce dalla crisi, edizioni Alegre 2014 e di Nelle mani dei mercati – Perché il TTIP va fermato, Emi 2015.