Uno spettro si aggira per il mondo: si chiama Debito.

Quasi ogni giorno i politici (e i media) non mancano di ricordarci: crisi-fiscalcompact-pattodistabilità-debitodebitodebito. Abbiamo (avete) vissuto al di sopra delle vostre possibilità, fannulloni, spreconi. Troppo stato sociale. Austerità! Piano di rientro! Non c’è alternativa (interiorizzate la colpa).

Frastornata da tanto rumore, ho deciso di ficcarci il naso. E per cominciare a capirci qualcosa sono partita dai numeri.

A maggio 2018 il debito pubblico italiano ha raggiunto una cifra quasi impronunciabile: siamo in debito della bellezza di 2.327 miliardi di euro. Ma con chi?

Chi detiene il debito italiano?

Chi detiene questo debito? Secondo fonti della Banca d’Italia, la maggior parte è posseduta dalle élite finanziarie: investitori esteri (35%), banche (26%), assicurazioni e fondi (18%); la Banca d’Italia ne detiene il 16%. I piccoli risparmiatori e le imprese italiane ne possiedono invece solo il 5%.

Dunque abbiamo fatto troppi debiti? No, se andiamo a guardare quello che chiamano “saldo primario” (la differenza tra entrate e uscite dello Stato, senza considerare gli interessi sul debito): da 24 anni l’Italia chiude i suoi conti a fine anno in attivo, anzi, in avanzo primario (tranne un piccolo sforo nel 2009, anno del terremoto dell’Aquila). E questo è un nostro bel record in Europa.

Allora abbiamo speso troppo per sanità, istruzione, ricerca…? Nemmeno questo è del tutto vero. Un dato del recente passato ci dice che: “al netto degli interessi sul debito, la spesa pubblica italiana è passata dal 42,1% del Pil nel 1984 al 42,9% nel 1994, mentre nello stesso periodo la media europea vedeva un aumento dal 45,5 al 46,6% e quella dell’eurozona dal 46,7 al 47,7%“. Dunque noi già 30 anni fa spendevamo meno degli altri Stati.

Analisi più recenti
sull’andamento della spesa pubblica dal 2008 al 2018 parlano di cali di spesa tra cui un doloroso -3,6% nella ricerca e innovazione, un meno 0,4% nell’istruzione universitaria. Ma le decurtazioni più feroci sono state sul futuro: -32,2% per energia e diversificazione delle fonti energetiche, -30,6% per i giovani e lo sport, -37% per la casa, -41,6% per l’agricoltura, -10,8% per lo sviluppo sostenibile e la tutela del territorio e dell’ambiente.

 

Fonte: Ameco, ESA, 2010; pubblicato da MEF, 2016

Dunque noi spendiamo quello che è appena strettamente necessario per garantire i diritti fondamentali di noi cittadini e molto meno per la tutela dei nostri territori e il futuro delle nuove generazioni: questo non è vivere al di sopra delle nostre possibilità.

 

 

Quanto il diagramma di Calenda omette sono i costi sociali dell'avanzo primario: tagli su diversificazione energetica, casa, scuola, tutela del territorio e dell'ambiente.