Aurora e la classe dei poveri

Pare che i dibattiti politici del “maggio francese” fossero particolarmente caldi: io non lo so, io non c’ero. E, se devo confessarlo, a un tempo che fondava il suo credo sul “vietato proibire” non credo molto.

Vietato proibire, per quanto mi riguarda, è la base del capitalismo reale che oggi domina il mondo. Ho letto in un libro di Emmanuel Carrère, scrittore in gran voga ultimamente, che di quel tempo rappresenta un diamante nel bene come nel male; sostiene che quei dibattiti cominciavano con una fatale domanda: “tu da dove parli?”.  Pare che si dovesse spiegare semplicemente da quale punto della realtà personale si stesse sostenendo una posizione politica, culturale, ideologica. Per i romani questa era la posizione “ad hominem”. Per quanto mi riguarda vorrei che questa domanda fosse posta sempre, perché reca in sé una vena di verità, perché avvicina la nostra parola al “croco perduto in mezzo a un polveroso prato” di cui scriveva Montale, seppur negandone l’esistenza.

tu da dove parli?

Mi è sovvenuta quella domanda mentre attraversavo il quartiere Aurora di Torino.
Si trova a due passi dal centro storico, e affonda le sue radici sociali nell’operaismo sorto da un brutale sviluppo industriale che ha gettato le fondamenta, materialmente, di questo quartiere nel tardo ottocento.
Molti, quasi tutti, pensano che il fiume di Torino per antonomasia sia il Po. Ma, come sostiene lo storico Adriano Ballone, il fiume che ha fondato Torino è la Dora Riparia: lungo il suo breve corso, che parte dall’alta Val Susa, si sono ammassate per decenni fabbriche, operai e quartieri interi.
Nel piccolo bar di corso Vercelli, poco distante dalla casa dove nacque lo chansonnier Gipo Farassino, mi parlano delle migrazioni in questi termini: “Devono cacciarli tutti, hanno rotto il cazzo. Qui non ci stanno”.

Sono i poveri che odiano i poveri.
Per un breve periodo della storia i poveri hanno odiato i ricchi: quel tempo, che la storia vuole coincida esattamente con il massimo sviluppo civile, sociale, economico e umano, è finito.
Di fronte al piccolo bar c’è una fabbrica, l’ex Fiat Grandi Motori: rasa al suolo. Un solitario signore gioca a golf su un distesa di tondini di ferro piegati, calcinacci, rifiuti e topi. Si esercita con i legni, perché tira distanze lunghe, e usa palline rosa fosforescenti. Un cartello blu posto all’esterno della fu fabbrica avverte che i lavori di “riqualificazione termineranno nel 2006”. Dodici anni fa, nel glorioso periodo olimpico torinese, che ora si vuole perfino ripetere.
Se io ponessi la domanda del maggio francese ai vari avventori del bar che compatti enumerano le ragioni del loro “razzismo”, loro, semplicemente, mi direbbero che vivono in posto “di merda”.
Loro, quindi, fondano le loro posizioni inelegantissime su un’analisi non astratta del contesto. Loro parlano dal punto sociale dove vivono.

immobili di pregio, possibilmente pre-novecento e grossi viali

Il sociologo Giovanni Semi, massimo esperto italiano di gentrificazione, sostiene che vi sia un processo espulsivo dai quartieri come Aurora, una sorta di pulizia di classe – della razza non interessa più nulla a nessuno, il vero nemico sono i poveri – combattuta a colpi di aste fallimentari sugli immobili, retate, sfratti, licenze commerciali. L’importante è che esistano immobili di pregio, possibilmente pre-novecento e grossi viali dove inserire voluminosi dehors. Una ex assessora di Torino giunse perfino a teorizzare la democrazia del dehors: ovvero la riappropriazione da parte della comunità di porzioni di beni comuni, quali sono le strade.

Ma, da quanto si vede a occhio nudo, da quanto si sente nei commenti di questo bar, il fenomeno della gentrification da queste parti è fermo alle prime spinte.
Aurora è più che altro una discarica di povertà antiche e nuove, di vecchi solitari e migranti appena arrivati, di gioventù che vaga senza andare a scuola e trentenni che bivaccano nei bar.

 

Torino Aurora: Grandi Motori che fu, e camere con vista.