La piramide capovolta dell’economia finanziaria

La massa di denaro creata artificialmente è astronomica,
ma è denaro fittizio
poiché non è appoggiato ad alcun bene materiale


PAGHERÒ

Prestiti al neutrone
e salsicce

Ci ricordiamo tutti la grande crisi finanziaria scoppiata in America tra il 2007 e il 2008?
E il crollo di Lehman Brothers, la più grande bancarotta nella storia degli Stati Uniti?

Percorsi dei cicloni tropicali. Immagine: cortesia di Jdorje.

Tiziana Ripani

Lo scoppio dei mutui cosiddetti subprime affonda le radici nelle misure di liberalizzazione dei mercati finanziari, di “fusione” tra banche commerciali e banche di investimento, di abolizione del controllo federale su queste ultime. Tali misure incentivarono una enorme concentrazione dell’industria finanziaria in pochi grandi colossi che raccoglievano risparmi, concedevano prestiti, operavano in borsa, generavano e scambiavano prodotti finanziari di ogni genere.

Alla fine degli anni ’90 in America, il mutuo ipotecario era uno dei prodotti più venduti. Gli immobili si collocavano tra i prodotti di investimento più appetibili grazie anche alla politica monetaria della Federal Reserve, che incoraggiava la concessione di prestiti a tassi di interesse ai minimi storici.

Le istituzioni finanziarie iniziarono a stipulare mutui non solo con debitori certamente solvibili (la clientela prime), ma anche con debitori a rischio insolvenza (subprime), ovvero persone che non potevano offrire garanzie né con il proprio lavoro, né con un reddito e neppure con beni immobili.

Marco Bersani lo descrive così in Dacci oggi il nostro debito quotidiano (DeriveApprodi, 2017): “Con il cinismo connaturato ai soggetti, questi prestiti venivano definiti dai banchieri prestiti al neutrone perché nella loro idea – analogamente agli effetti della bomba al neutrone che uccide le persone ma lascia intatti gli edifici – questa operazione avrebbe sicuramente mandato in fallimento i poveracci che si erano indebitati, ma il mancato recupero dei crediti sarebbe stato compensato dalla requisizione degli immobili che avrebbero poi potuto essere rivenduti sul mercato… Questo meccanismo si è progressivamente esteso a tutti i consumi della popolazione, attraverso la massiccia diffusione delle carte di credito, utilizzate per ogni tipo di acquisto.”

Quando l’accumulo di questi investimenti ad alto rischio superò la soglia di guardia, la finanza si diede alla creazione – senza limiti – di prodotti innovativi da vendere sui mercati globali, soprattutto quelli “over the counter”, fuori dai mercati regolamentati. Quelli che sono stati definiti titoli tossici (o anche salsicce finanziarie) annidavano, all’interno di innocenti obbligazioni, rischi di credito e insolvenze. La mancanza di trasparenza e la complessità di tali prodotti rendeva impossibile sapere chi deteneva pezzi di debito avariato: il rischio era stato suddiviso e sparso in giro per il mondo. Il contagio era dietro l’angolo.

Una bella mano nella diffusione di questi titoli spazzatura la diedero anche le agenzie di rating – Standard and Poor’s, Moody’s e Fitch – che mettevano la mano sul fuoco sugli alti livelli di sicurezza di questi titoli.

Quello che si è prodotto è stata una gigantesca redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto: dal 2000 al 2007 furono concessi 14 milioni e mezzo di mutui ad alto rischio e le banche americane realizzarono profitti enormi. Gli attivi finanziari nel 2007 superavano di quattro volte il Pil mondiale (240mila miliardi di dollari contro 60mila). Nel 2008 i capitali gestiti da fondi di investimento e compagnie finanziarie ammontavano a 60mila miliardi di dollari, 600 volte di più che nel 1990.

La clientela subprime, che all’inizio aveva contratto prestiti con bassissimi tassi di interesse, non immaginava che il tasso variabile potesse crescere esponenzialmente (in certi casi è arrivato al 26%).
Un’indagine della Federal Reserve ha messo in luce che tra il 2004 e il 2006 i cittadini afro-americani avevano il triplo di possibilità di ricevere un mutuo a condizioni svantaggiose rispetto ai bianchi, a parità di reddito e situazione lavorativa.

In poco tempo i mutui non poterono essere più restituiti e tra il 2008 e il 2010 tre milioni di americani si ritrovarono in strada, con la casa pignorata dopo averla ristrutturata con i propri soldi.

Anche milioni di immobili si ritrovarono contemporaneamente sul mercato con una conseguente forte perdita di valore. La spirale era avviata ed è stata inarrestabile.

Le agenzie di rating iniziarono a declassare i titoli tossici. I primi colossi caddero. Il 15 settembre 2008 la banca di investimento Lehman Brothers – la quarta banca degli States – dichiarò fallimento con 600 miliardi di crediti immobiliari inesigibili in pancia.

Ma i colossi finanziari avevano assunto rischi sempre maggiori perché sapevano di essere “too big to fail”, troppo grandi per (essere lasciati) fallire.

Il 21 settembre 2008 le banche di investimento Goldman Sachs e Morgan Stanley ottennero l’approvazione della Federal Reserve per diventare banche ordinarie e poter così accedere ai prestiti di emergenza della Fed e salvarsi dal fallimento.

Subito dopo il crack di Lehman Brothers, il 2 ottobre 2008, il governo americano mise in atto il piano di salvataggio TARP (Troubled Asset Relief Program), per la messa in sicurezza del sistema finanziario del paese, e sborsò alle banche 700 miliardi di dollari. Ma non si fermò lì.

Fortuna che la dottrina liberista alla Milton Friedman predicava il non intervento dello Stato nell’economia.

 



TASK FORCES

Salvataggi pubblici di banche private:
la grande truffa

“Dinanzi alle sue cause e conseguenze, la crisi esplosa nel 2007
può essere definita come il più grande fenomeno di irresponsabilità sociale
che si sia mai verificato nella storia” - Luciano Gallino

Quanto è costato veramente il salvataggio delle banche americane dopo lo scoppio della bolla dei subprime nel 2008? Lo si è scoperto nel 2011, tre anni dopo il crack, grazie al lavoro investigativo dell’agenzia di stampa americana Bloomberg. Il conto totale per salvare le banche “troppo grandi per fallire” fu una bordata di 7.700 miliardi di dollari di liquidità (ben più del piano TARP di soli 700 miliardi), immessi dalla Fed nel sistema finanziario americano, durante la crisi del 2007-2009, a tassi vicino allo zero. Un megasalvataggio attuato quasi di soppiatto e senza condizioni per chi aveva creato il disastro.

Molti pensano che la finanziarizzazione dell’economia, il gigantismo delle banche, la finanza spregiudicata che ha prodotto denaro dal nulla siano fenomeni principalmente americani. Il professor Luciano Gallino, nel suo saggio Il colpo di stato di banche e governi – L’attacco alla democrazia in Europa (Einaudi, 2013) sostiene che il sistema bancario europeo si è comportato allo stesso modo (e con impatti più pesanti) di quello statunitense: “A fine 2007 tra i primi venti gruppi bancari del mondo per volume degli attivi, ben 14 erano europei, di cui due svizzeri. Due erano giapponesi, uno cinese. Quelli americani erano solo tre (Citigroup, Bank of America, JP Morgan)… In totale le banche europee detenevano attivi per 28,2 trilioni di dollari… Per contro gli attivi delle tre banche USA incluse nell’elenco delle top venti ammontavano in tutto a 5,5 trilioni di dollari”.

Lo scoppio della bolla finanziaria negli States ha segnato l’inizio di un’epidemia a livello globale e l’Europa delle banche ne è stata pienamente contagiata.

La Commissione Europea ha calcolato che, tra l’ottobre del 2008 e l’ottobre del 2011, i governi nazionali hanno mobilitato 4.500 miliardi di euro di risorse pubbliche per sostenere e garantire le proprie banche. Pensate che gli aiuti di Stato, in tutti gli altri settori dell’economia reale, sono vietati dal trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

L’aumento sostanzioso del debito pubblico nei paesi dell’Unione Europea tra il 2008 e 2010 è imputabile quasi per intero ai salvataggi del sistema bancario privato e non stato è causato, come da più parti si afferma, da un eccesso di spesa pubblica nel settore della protezione sociale. Secondo l’economista Marco Vitale, “questa è stata la base ideologica per far partire l’azione di smantellamento del modello europeo di stato sociale (uno dei beni più preziosi dell’Europa) e le politiche di austerità che, per come sono state impostate e condotte, è corretto definire suicide. Il peso della responsabilità è stato rovesciato: era dei banchieri criminaloidi, è diventato dei cittadini, trasformati in una sorta di “soggetti finanziari traumatizzati”.

L’economia reale porta ancora oggi sulle spalle il peso enorme dei salvataggi finanziari: tassi di disoccupazione in aumento, crescita sempre più ridotta, salari al ribasso combinati a feroci tagli alle spese sociali.

In Italia, per il salvataggio delle banche nostrane abbiamo dovuto attendere fino al 2015: il nostro debito pubblico era già elevato e non poteva essere ulteriormente accresciuto. Ma dal 2015 abbiamo varato l’operazione “socializziamo le perdite” mettendo a disposizione le ricchezze collettive per salvare i banchieri. Con i denari dei contribuenti e dei risparmiatori italiani l’hanno fatta franca Monte dei Paschi di Siena, Banca Marche, Banca Etruria, Cariferrara, Carichieti, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca e i loro direttori generali. Il conto – finora – è stato di 31 miliardi di euro.

In Il colpo di stato di banche e governi, Luciano Gallino afferma: “La fabbrica dell’egemonia e, gramscianamente parlando, del consenso che non ha bisogno (quasi mai) di ricorrere alla violenza, gira a pieno regime. Senza di essa il colpo effettuato da banche e stati europei contro lo stato sociale e il lavoro non sarebbe stato possibile… è forse dallo smontaggio di tale fabbrica che bisognerebbe incominciare”.

 



BOLLE

Tutte le bolle,
se si continua a gonfiarle,
prima o poi scoppiano

Secondo diversi commentatori, dopo la crisi finanziaria del 2007-2008,
nonostante la sonora batosta, la situazione non sembra essere mutata.
La fabbrica dell'economia di carta (e del debito) continua imperterrita.
E molti analisti pensano che a Wall Street sia in atto una nuova bolla.

Onda oceanica, cortesia di Pixabay.

L’economista Marco Vitale, in un suo articolo del 2014, afferma che: “troppi sono i segnali che indicano che è iniziata una nuova festa da ballo a bordo del Titanic, mentre un nuovo iceberg si sta maledettamente avvicinando”. E nota che le grandi banche americane sono tornate a fabbricare titoli tossici, i mercati finanziari valgono 20mila miliardi in più rispetto al 2007, molti investitori sono tornati a indebitarsi per comprare azioni a Wall Street e si stima che i debiti accesi per tale scopo rappresentino un nuovo record. Sono tornati i mutui subprime non solo sugli immobili ma anche per l’acquisto di automobili. I finanziamenti delle banche ai fondi di investimento chiusi stanno riesplodendo. Deutsche Bank ha concesso una linea di credito di 3,6 miliardi di dollari al gigantesco fondo Black Rock.

Ma Vitale non è il solo a temere lo scoppio di una nuova bolla. Roberto Marchesi, studioso di macroeconomia, parla di una “gigantesca bolla economico-finanziaria molto vicina ormai al punto di rottura” che “rischia di innescare la peggiore crisi economica che il mondo moderno abbia mai conosciuto”. La borsa americana è tornata a livelli record superiori a quelli pre-crisi 2007, sono tornati sul mercato i famigerati mutui subprime, le grandi banche continuano a fare profitti con titoli dubbi ad alto rischio, le operazioni finanziarie crescono senza freni.

Quella che continuano a chiamare “crisi”, lasciando intendere che si tratti di un fenomeno transitorio, è insieme crisi economica, finanziaria, sociale, ecologica; è la crisi di un intero sistema che non può più continuare a funzionare in questo modo, pena lo sfacelo dell’intero pianeta.

Lo shock continuo del debito e della crisi in cui siamo immersi ci spaventa, ci paralizza e ci disorienta. Ci porta ad introiettare il debito come colpa, la crisi come fatalità e ad accettare come inevitabili scelte politiche di austerità che per giunta si sono rivelate fallimentari.

I mercati speculativi non possono più dettare la nostra agenda quotidiana. Non possiamo soggiacere alle agenzie di rating che ci danno un voto più o meno negativo con il fine ultimo di aiutare la svendita alla finanza del nostro prezioso patrimonio pubblico. Come afferma Andrea Baranes in La democrazia dell’algoritmo, “L’Italia è in una tempesta perfetta sui mercati, complice l’instabilità politica. Ma i rally speculativi giocano spesso su aspettative che si auto-avverano. Perciò inquieta che proprio nel giorno cruciale per un nuovo governo, Moody’s abbia ipotizzato un declassamento. Urge fissare nuove regole per la finanza.”

E raccogliendo l’invito di Luciano Gallino nel suo ultimo, prezioso libro Il denaro, il debito e la doppia crisi – spiegati ai nostri nipoti (Einaudi, 2015), crediamo sia urgente e necessario rimettere in moto il pensiero critico.

Tiziana Ripani
( 3 – alla prossima puntata)

 


Immagine di testa: iceberg nell'Artico, con la parte sommersa visibile. Foto: cortesia di Andreas Weith.