Privatizzazioni-scippo nel sobrio decennio di Eltsin

La fine dell’Unione Sovietica diede vita a un tempo che i russi chiamano prikhvatizatsija, ovvero una crasi tra “privatizzazione” e “scippare”.
Lo speculatore globale George Soros, poi asceso a ruolo di benefattore globale, tentò di inserirsi nella prikhvatizatsija, ma ne fu così scosso che dovette, lui, ritirarsi. Definì il tempo in cui il socialismo reale passava il testimone al capitalismo reale “il tempo dei borseggiatori”.
Detto da lui, che appena due anni dopo mandò gambe all’aria una nazione speculando su una moneta, l’Italia e la Lira, è un’affermazione curiosa e impegnativa.
Quando l’Unione Sovietica crollò nel giubilo del mondo libero, generava un Pil pari a 225 miliardi di dollari.
In dodici mesi questi miliardi, di proprietà interamente pubblica, passarono nelle mani di quaranta uomini. Per la maggior parte si trattava di imprese legate allo sfruttamento di monopoli naturali.
Al termine del sobrio decennio di Boris Eltsin la Russia poteva vantare un’economia privata succeduta alla proprietà statale. Mancavano solide definizioni tra ciò che era legittimo, morale, lecito e quanto era frutto di puro banditismo. Prima o poi, dopo le immense serie tv sui narcos di Netflix e non solo, verrà prodotto qualcosa sugli oligarchi. Il problema è che, purtroppo, molti di loro sono ancora vivi.
Ridimensionati, alcuni, ma sempre operanti.

terapia economica elettroshock

Un vice primo ministro di quegli anni, Boris Nemtsov, è rimasto famoso per la cosiddetta “terapia economica elettroshock”. A lui, e al mondo, parve una definizione simpatica: in realtà era semplicemente un’onesta ammissione di verità. La Russia, su mandato dei Chicago Boys spediti nelle steppe da George Bush padre insieme alle nuove filiali di McDonald’s, si apriva finalmente al mercato laddove, diceva sempre il ministro Nemtsov, “i monopoli verranno smontati pezzo per pezzo e sostituiti dalla libera concorrenza”.
Ricordiamo questa frase.
Nel 1998, ormai fuori dai giochi, offeso perché il mondo non vedeva in lui il degno successore del duo Gorbatchev-Eltsin, il ministro dell’elettroshock disse: “Questo paese è stato costruito – da chi? ndr – come un mostruoso, oligarchico, Stato capitalista. Le sue caratteristiche sono la concentrazione di proprietà nelle mani di un ristretto numero di finanzieri, gli oligarchi. Molti di essi operano in maniera inefficiente, mantenendo un rapporto di parassitismo con i settori che controllano. Non pagano le tasse e nemmeno i dipendenti.”

È lo Stato ad averli fatti miliardari

1999 – Giunto al potere grazie agli oligarchi che cercavano un fantoccio, un vero maestro di mimetismo, il presidente Putin in una delle prime dichiarazioni pubbliche sostenne: “Gli oligarchi verranno spazzati via come classe. Questa categoria di persone sono diventate miliardarie dall’oggi al domani. È lo Stato ad averli fatti miliardari: semplicemente ha distribuito una enorme quantità di proprietà gratuitamente. Essi credevano che su di loro gli dei chiudessero tutt’e due gli occhi e che qualsiasi cosa fosse loro permessa”.
Gli oligarchi russi non sono stati cancellati come classe, alcuni sono stati ammazzati o sono finiti in carcere: l’accordo tra il presidente e loro, così pare, resta fondato sul libero arricchimento di tutti coloro che non interferiscono nel suo dominio politico.
Il punto di caduta del conflitto tra Putin e gli oligarchi è dato dall’autoritarismo statale e dalla conferma delle posizioni parassitarie, magari un poco edulcorate.
Molti oligarchi si sono dedicati al calcio e in generale alla libera ostentazione di un cultura fondata sulla cafonaggine.
Ma, a questo punto, finiamo con la Russia e torniamo in Italia.
Gli anni sono gli stessi: sono gli anni della libertà.

 

Lo scippo di pubbliche industrie nel decennio 1990, il grande golpe della libertà, nella rappresentazione di un ignoto artista digitale.